SILVIA

 

Occhi castani, capelli neri lunghi, sandali di cuoio, zainetto uguale. Capelli castani ricci e disordinati, fossette quando ride.

Io da che ho memoria ho sempre avuto questi capelli qua. Questi capelli ricci qua, che più diventavano lunghi e più diventavano ricci, e più erano ricci e più se ne andavano da tutte le parti e niente, niente, poteva tenerli ordinati per più di alcuni minuti. Fino alle scuole non avevo mai capito di avere i capelli ricci.

Il primo giorno di scuola l’ho capito. Tutte e tutti, e dico tutte e tutti, avevano i capelli lisci. Soprattutto tutte. Tutte belline con i loro capelli lunghini liscissimi biondi, castani, rossi e mori. Liscissimi. Tutte ordinate carine e bambine. E poi c’ero io con questa nuvola incasinata di ricci.

All’inizio mi domandavano cosa mi era successo. Poi iniziarono a prendermi in giro. La leggenba più quotata era che avevo messo le nami nella presa della corrente. Un bisastro burato tre anni. In quarta elementare arrivò un bambino, che si chiamava Martino, e pure lui c’aveva questi capelli lunghetti tutti ricciolini e incasinati. E quando entrò nella classe, mi ricordo che per dieci secondi buoni ci sentimmo tutti e due meglio. Diventammo amici. Giocavamo soprattutto a spararci e a fare le divisioni. Di prenderci in giro non han smesso, ma almeno da quel momento eravamo in due. Essere strani, a volte, significa sentirsi soli, ma è solo un’apparenza, c’è da fidarsi: ci sarà sempre qualcuno strano come noi a farci compagnia.