MAURO

 

Occhi grandi castani, camicia bianca di lino, pantaloni beige di cotone, scarpe di tela blu. Capelli biondo scuro disordinati, sorriso grande.

Io proprio mi sono sentito diverso quella volta che facevo il barista in un pub, diciamo pure lo sguattero, va’, a Dublino in Irlanda.

In questo pub qua, a Dublino, c’era un collega mio, un collega irlandese di bassa manovalanza che mi chiamava “Dazràit” perché, ogni volta che mi dicevano qualcosa, ogni volta che mi chiedevano di fare qualcosa o andare a prendere qualcosa, io – nell’ansia di far capire che avevo capito (anche se non avevo capito) – rispondevo “Dazràit”, con quella che credevo fosse la migliore pronuncia possibile e che invece, a quanto pare, alle loro orecchie, alle orecchie dei miei colleghi e del mio capo, suonava come un suonaccio da schiantarsi dal ridere.  E infatti, finiva che tutte le volte mi dicevano apposta delle frasi difficili da capire, per farmi tirar fuori il mio “Dazràit” e ridere, ridere davanti alla mia faccia attonita di ragazzo che non capiva.

Me la sono presa solo all’izinio, poi ho catipo.

Ho capito che mentre qualcuno si sente diverso dagli altri, gli altri si sentono diversi da lui, che è come dire: uno pari, palla al centro.  Come quella volta che andavo sempre nello stesso bar e incontravo sempre la stessa persona e un po’ infastidito pensavo tra me “ma questo sta sempre qui? ma perché?”, fin quando un giorno ho pensato che tutte le volte che vedevo lui, era perché c’ero anch’io.  E dunque, lui poteva dire e pensare lo stesso di me.

Buffo, no?